venerdì 26 marzo 2010

I Giorni In Cui Non Esisto o In Perfetta Solitudine

E' veramente difficile tentare di descrivere queste giornate. Il regresso all'infinito di una coscienza che si morde la coda, deambula seguendo piste false per la città, muso a terra. Mi sento un cane. Esattamente così, mi hanno strappato via l'osso e ne cerco uno nuovo. Qualcosa per distrarsi. E vedo che siamo tutti cani. Un autobus pieno di cani, vie che brulicano di cani, una città che straborda di cani e merda ovunque. Prendo appuntamenti così tanto per ingannare il tempo, quel poco tempo che non passo troppo coscienziosamente chiusa nel mio circolo vizioso di pensieri grigio piombo -come comincio maledettamente a capire che questa sia una forma di perversione!- che mi avvelenano lentamente. Non ho mai soldi, non posso andare al cinema, non posso comprare un libro, non posso andare a una mostra, non posso comprare sigarette, non posso comprare scarpe, non posso prendere un caffè, nè fare un aperitivo, non posso andare a cena con vecchie conoscenze, non posso chiedere niente a nessuno, posso solo far finta di non aver bisogno di niente quando invece ho un mare un oceano un abisso di bisogni e voglie e desideri e stupidi capriccetti che continuano a belare incazzatissimi sotto la mia superficie tranquillissima e di ghiaccio, mentre la pelle sulle mani mi si screpola. Odio l'umidità, odio quel sole fastidioso che preannuncia pene, quello che fa capolino tra le nubi, un minuscolo puntino nero fastidiosissimo sta lì fisso al centro del mio campo visivo e di tanto in tanto si ripresenta al centro di un volto di pietra a cui sto cercando di comunicare qualcosa. Niente, mi fisso su quel puntino. Non ricordo più nulla. Sto per morire? Il sangue nelle vene mi sciaborda come acqua salmastra sulla chiglia di una nave in disuso e io mi sento un relitto trascinato dalla marea a destra e sinistra. Leggo libri, tantissimi libri, le parole le pagine le copertine i titoli gli autori si confonde tutto e non ricordo nulla, non so nulla. Ma faccio finta di sapere, ah sì, come sono erudite le mie conversazioni, quale sfoggio di sapienza e saggezza cinica, che inno alla vita, alla gioia al godimento un po' morboso un po' dannato. Mio dio quanto sono stufa di questa tragicommedia in due atti stile giovane Holden. Vorrei, veramente vorrei avere nuovi punti di vista, nuovi orizzonti, slittare un po' più in là dalla mia vecchia posizione marcescente, in trincea, sempre in trincea. Uscire fuori e urlare, La guerra è finita. Ma non ce la faccio. No. Ascolto, sono ghiaccio freddo, ascolto tutto, con avidità, leggo storie, anche quelle che non vorrei conoscere, anche quelle inutili, anche quelle misere, sento i dialoghi le conversazioni vuote sugli autobus fuori dalle aule e mi rendo conto che Nessun Punto Di Vista è abbastanza ampio. Abbastanza nuovo. Abbastanza, quel jenesaisquoi che mi permetta di cambiare prospettiva. Sono incastrata. Una gabbia andò in cerca di un uccello. Un uccello in tutta baldanza ci si catapultò dentro, girò la chiave nel chiavistello e poi la buttò via dalla finestra giù nello scarico. Giù giù nello scarico nero. Mi sveglio la mattina, piscio sangue, e lo scarico è rotto. Tutti zampilli d'acqua giù per le mattonelle del muro, tanto meglio, non dovrò sprecare tempo facendo la doccia. Lo zucchero è finito, Caffè amaro, tanto non è già amara la vita di per sè. Mi trascino al capolinea dell'autobus e ho la chiara visione, quel momento di chiara visione che dicono sia privilegio degli epilettici prima di una crisi, che siamo tutti morti-viventi ornati di frattaglie in putrefazione che cercano di spostarsi da una parte all'altra della città in rovina nel minor tempo possibile. Vado all'università, passo rasente i muri dimodochè nessuno mi veda, nessuno inizi a parlarmi, nessuno abbia la possibilità di notare quello sguardo che mi viene quando so di odiarmi perchè non voglio che lo vedano. Non voglio che mi guardino negli occhi a loro volta con quell'espressione, Ti ho capito benissimo ma farò finta di niente perchè non voglio fartelo pesare. Il tuo battaglione è perso. Centomila morti, e tu qui a fare finta di niente. Non potrei sopportarlo con quell'acqua salmastra che mi si agita nelle vene. Prendo un caffè sciacquabudella alla macchinetta (NESSUN.CONTATTO.UMANO) e ascolto la lezione. Me ne vado in punta di piedi. Non ho soldi per comprare le sigarette e vorrei tantissimo poterne fumare una, ma non posso chiedere nulla a nessuno. Non sopporterei il suono della mia voce. So essere così poco convincente alle volte. Me ne vado. Aspetto di nuovo l'autobus, salgo, mi pesa la testa, Ma perchè dormo così poco perchè ho sempre incubi non voglio ricordare non voglio ricordare non voglio ricordare non voglio ricordare non voglio ricordare non voglio ricordare non voglio ricordare non voglio ricordare emicrania fortissimo mal di testa, appoggio questo peso di piombo che mi trascino dietro al finestrino freddo e penso, Sì, miglioni di batteri che mi si arrampicano su per la fronte, morirò in cancrena. Se chiudo gli occhi mille parole che vorticano mi assalgono non posso fare nulla se non continuare a pensare. Insceno questo teatrino in cui ci sono io e un'altra me stassa, su una cattedra che presta giuramento su un grande libro. La copertina a caratteri dorati recita "tutto ciò che avrebbe potuto" e comincia un fitto interrogatorio, domande risposte accuse giustificazioni arringhe. Oh, dovreste sentirla la mia arringa finale! Un capolavoro, veramente, un capolavoro finissimo miele per le orecchie retorica e parole sublimi il meglio di me, il meglio che potrei mai comporre o anche solo pensare peccato non poterlo ricordare. Ovviamente mi assolvo, sono così irresistibile. Scendo dell'autobus e decido di camminare un po', giro per il quartiere, non riesco a togliermi quella sensazione di dosso, quella sensazione di nulla, nulla che ti entra dentro ti soffia dentro ti desertifica completamente. Cammino cammino cammino finchè non mi brucia ogni singola fibra nei muscoli. Torno a casa. Mi metto a pensare, mi addormento, mi sveglio perchè i miei mi stanno cercando al telefono, è mezzanotte "dove sei?" "ma veramente sono in camera mia" "..." sconcerto. sconcerto da ambo le parti.
Mangio qualcosa, mi sento un po' meno scettica nei confronti dell'esistenza, vado a dormire, mi contorco nei miei incubi, suona la sveglia. Sono le nove. Alle 11.30 ho lezione, Pietro Montani.

"Ma chi cazzo me lo fa fare?"
Mi rimetto a letto, mi sveglierò di nuovo, controvoglia, mi alzerò, non avrò nulla da fare, leggerò libri a caso, guarderò qualche film, cercherò idee che non mi verranno, non avrò NESSUN CONTATTO UMANO. Nessun testimone, potrò di nuovo assolvermi.

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