domenica 7 marzo 2010

maledetta sfortuna

Una breve tregua può far sorgere nell'animo aspettative ingiustificate. Per la grazia ultimamente ricevuta, di questo surrogato di serenità (noia?) che provo da abbastanza tempo (in prospettiva, veramente irrisorio), ho preso l'abitudine (evidentemente sbagliata) di considerarmi per sempre sterilizzata da Quello. Ieri ho capito che questo vago torpore non era altro che illusione. Pensavo che mai, mai più, per sempre, avrei provato la sensazione che ha mandato in frantumi la mia testa, riempiendomi la mente per la durata, che a me è parsa di una vita, di dubbi e paranoie. Dubbi, solo dubbi, su qualsiasi cosa: chi sono, cosa voglio, dove vado, dove voglio andare, cosa faccio, cosa so fare. Il futuro ha cominciato ad apparire diverso da ciò che era sempre stato, riducendosi, nella sua sicurezza, all'incrollabile voglia di murarmi dentro casa o, in alternativa, morire (e il più velocemente possibile). Pensavo, appunto, di aver superato questa fase. E che una volta superata tale fase, tale stato mentale di perenne disfacimento ed inibizione velleitaria, mai più si sarebbe ripresentata per distruggermi. Invece non è così. Alle volte basta poco, veramente poco, a spezzare tutte le più incrollabili sicurezze, a spazzare via quel castello di sabbia che si è, per infantile ingenuità, eretto a solide fondamenta della propria vita mentale.
SBAGLIATO.
E questo per quanto riguarda le premesse psicologiche.
Posso ora, giustamente, passare alle premesse cosiddette concrete.
Partiamo dal fatto che i miei capelli hanno la tendenza a sporcarsi velocemente, soprattutto se devo prendere mezzi pubblici, intrattenere rapporti sociali complessi, andare all'università, soprattutto se tutte queste amenità sono accompagnate dal basso continuo di una pioggerella sottile e poco sottilmente irritante. Sabato mattina mi sveglio alle 8, dopo 4 ore di sonno, e vengo gentilmente trascinata al paese di mia madre. A nulla valgono le mie rimostranze "Ma nevica" "Non abbiamo le catene" "Moriremo tutti". Ormai la decisione è stata presa, bisogna andare. A mezzogiorno arriviamo, e la sugna presente sul mio cuoio capelluto inizia ad essere imbarazzante e fastidiosa. Prendo l'audace decisione di farmi una doccia.
SBAGLIATO.
- Ma', mi vado a fa una doccia.
- Aspetta, accendo lo scaldabagno, tra mezz'ora l'acqua sarà calda.
Ok. Nella mezz'ora restante finisco il libro più amaro che potessi leggere in questi giorni così particolarmente solari, Umiliazione di Philip Roth. Veramente una lettura che consiglio a tutti, per i tempi morti. Parla di lesbiche e suicidi. E Checov.
Volto l'ultima pagina, pensando alla Profezia che si autoavvera di Freud, mi dirigo verso il bagno, mi schiaffo sotto il getto d'acqua bello caldo, e comincio ad avere brillanti idee sul mio Futuro mentre mi insapono la capoccia. Poi l'acqua diventa gelida. Chiudo. Fa un freddo polare. Apro la porta, sporgo la testa:
- Porcoddiooooooooooooooooooooooo maaaaa' l'acqua calda è finita
- Non bestemmiare
- Ma questa è un'emergenza
- Ah, quindi è lecito bestemmiare?
- Ovviamente
- Non credo Ratzinger sarebbe d'accordo
- Non credo Ratzinger, mentre stupra bambini, si curi molto del mio bestemmiare in situazioni di emergenza. Comunque, cortesemente, puoi controllare lo scaldabagno?
- OK.
Mi guardo allo specchio. Comincio ad odiare la mia faccia di merda. Comincio a pensare che, guarda caso, questa è l'ennesima volta che si rompe la doccia/non esce più acqua/va via il gas/si rompe lo scaldabagno/in definitiva rimango per ore senza sapere che fare tutta bagnata e insaponata al freddo e al gelo. Come si fa a non scivolare in teorie complottistiche, quando tutti gli eventi sono palesemente contro di te?
Sento rumori provenire dalla cantina.
- Alloraaaaa?
Mia nonna risponde nel suo accento tremolante e incomprensibile "Eh, ho chiamato il tecnico..."
Riecheggia, per tutto il corridoio, un ululato di disperazione che assomiglia a una bestemmia.
Cado nel vortice della disperazione, mi siedo sul bordo del WC e comincio a singhiozzare, non troppo sommessamente. E nel frattempo blatero: che vita di merda.
La scena patetica va avanti per un'oretta abbondante.
Sento varie voci, al piano di sotto, e mio padre che esclama "Mo quella capace che s'ammazza, qua ci vorrebbe uno pratico".
A quel punto decido che, no, basta, non posso tornare a quella situazione. No, è il momento del riscatto. Costi quel che costi, arriverò a cena con i capelli puliti. COSTI QUEL CHE COSTI.
Mi lavo con l'acqua fredda.
La testa mi esplode di dolore.
La pelle è scottata dal gelo.
Il mio umore è, chiaramente, alle stelle. Formulo l'ipotesi di arruolarmi con la legione straniera.
Esco dal bagno, dopo essermi infilata, ancora umidiccia, due-tre maglioni pecorosi.
Mio padre mi viene incontro, con un sorriso trionfante "Siamo riusciti ad aggiustar...MA. Ti sei già vestita?"
"Ho appvofittato dell'acqua fvedda pev una simpatica toccia svedese molto tonificante", blatero nel mio accento inglese naturalizzato francese.
E' sconvolto.
Io sono sconvolta.
Ma che cazzo?!


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